lunedì 16 giugno 2014

Dino Valls: del corpo inconscio

CRIPTODIDIMO_1999






"é il dolore che ci permette di definire la bellezza" (Dino Valls)

É un chirurgo, Dino Valls. Pittore spagnolo nato a Saragozza nel 1959 e attualmente residente a Madrid. E lo è – chirurgo – perché realmente laureato in in Medicina e Chirurgia e perché ogni corpo che dipinge partecipa di quella nudità-nuda che solo chi percepisce il crinale fra l'essere l'oggetto in sperimentazione e il soggetto di tale sperimentazione, sa restituire. Il corpo pittorico diventa dunque un testo che narra al contempo l'immagine e la fenomenologia dell'esperienza umane. Un'umanità, tuttavia, che è semantica mozzata vissuta anch'essa sul dorsale degli opposti: maschile e femminile, sacro e profano, Eros e Thanatos. I corpi sono per lo più corpi sul farsi, efebi, adolescenziali. Ossa allungate e pelle priva di imperfezioni. Sono corpi senza tempo. Martiri di plurimi sacrifici venuti dalla morte e restituiti alla morte. Eppure in grado di parlare di metamorfosi, di impulsi vitali, anche quando sembrano solo denudati e manipolati da sperimentazioni genetiche. Perché è una vivisezione quella che opera Valls mediante rigorose, asciutte, plastiche e severe pennellate; una vivisezione che affonda il bisturi nella carne per giungere ad ogni possibile emozione. É la bestialità dell'esser nudi di fronte alla natura dei sentimenti a rendere ogni suo esito pittorico un esito archetipico, figlio di quell'inconscio junghiano popolato da simboli e immaginario onirico; è l'osteotomia d'ogni arto, d'ogni spinta emotiva a restituire gesti che trasfigurano l'interiorità in uno specchio fatto di ancestrali domande. E le domande – da sempre – sono lì. Al confine. Sulla soglia. Dove si trova la nostra ombra (Skia) in grado di decifrare e confondere l'oracolo. Le risposte in Valls non si danno, semplicemente alcune volte accadono. E nemmeno vi getta troppa luce, bensì conduce nell'oscurità dell'io, in un dentro più avvallato del dentro che pensiamo di avere. Fino alla caverna che ospita la memoria antica, animale di ciò che siamo stati. Icone d'un soma ibrido, carico di contenuti inconsci (non è un caso che Valls non lavori a partire da modelli reali, ma si basi, per la sua umanità, esclusivamente su un'idea interiore), in pose più somiglianti a immobili statue funebri che a consolatori gesti quotidiani; fanciulli perennemente in divenire partoriti da un evo per certi versi greco, ma – seppur incompleti secondo le leggi del mondo supero – egualmente portatori di un desiderio non solo riflettente, ma coagulante, totalizzante. E se è vero che solo il dolore ci permette di afferrare il senso autentico della bellezza è altresì vero che l'irruzione psichica nel dolore scoordina e scompagina il respiro e che ciò che ne nasce è un corpo forse punito, forse terrificante nella sua inorganicità, ma profondamente autentico, sincero. O, più semplicemente, inevitabile.

El.

per ulteriori approfondimenti: http://www.dinovalls.com/



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