mercoledì 18 giugno 2014

Frida Kahlo: il corpo del dolore (piccole note sul suo Diario)

"L'angoscia e il dolore, il piacere e la morte non sono nient'altro che un processo per esistere." (Frida Kahlo)













Avrò avuto dieci, al massimo dodici anni, quando m'imbattei per la prima volta in un dipinto di Frida Kahlo. Si trattava di Autoritratto con collana di spine del 1940. Com'ero solita fare (e lo faccio tuttora) ritagliai quell'icona per attaccarla al muro della mia camera, già zeppa di quelle suggestioni che iniziai, da lì a poco, a chiamare le mie stanze, ovvero non-luoghi nei quali solo io avevo accesso. Un'ideale iconostasi di immagini e parole rubate delle quali ho sempre avuto bisogno per ri-conoscere, per avvertire una specie di appartenenza. Non sapevo niente di lei, ma quella regalità - sciolta in una fragilità inafferrabile - mi lacerò. Da quel giorno volli sapere tutto di Frida, ma riuscii a racimolare solo un'avariata e inconcludente monografia. Negli anni, però, ho trovato molto di più: cataloghi di mostre, lettere, film, biografie. Ma mai, mai, il suo Diario. Sono fissata con i diari, le autobiografie, le lettere. E se un artista, un poeta, eccetera mi parla io devo sapere tutto di lui. Devo perché solo in quel modo riesco a comprendere ogni singola sfaccettatura, ogni punta acuminata del processo artistico. Sarà anche per questo che poi, più mi addentro nell'altro, riesco a dargli del tu, chiamandolo solo per nome. Alla maniera di un vecchio amico.



Autoritratto con collana di spine-1940










L'altro giorno sono riuscita a trovare il suo Diario. E adesso è qui con me. E non è un semplice diario. Ma un vero e proprio Libro d'Artista. Più disegni che parole. Più versi che mere frasi. E sanguina. E sanguina sul corpo nel dolore. Un dolore che prima di essere fisico (malgrado Frida, lo si sa, abbia attraversato i suoi quarantasette anni fra sofferenze indicibili) è anzitutto consapevolezza d'un dolore sicario della bellezza. A lei, reincarnazione d'ogni possibile dea azteca, il giorno dell'incidente scaraventò come lascito la beffa di un giovane corpo dilaniato, piegato, nudo...ma ricoperto da una sottile polvere d'oro (un artigiano l'aveva con sé, nello sgangherato bus, al momento dello schianto). La ritrovarono così, con un corrimano penetrato nella schiena e uscito dalla vagina e disseminata d'oro. Come una Vergine. Come una sgualcita crisalide. Ennesimo tiro mancino di sua maestà il fato che sghignazza: scacco matto!




















Così... adesso che leggo le sue parole sento una specie di pudore, frammischiato a impulsi di sconclusionata preghiera. Adesso che leggo si fa largo in me - ancora di più - la terrificante consapevolezza che alla fine è vero che ciò che siamo lo dobbiamo a ciò che abbiamo vissuto e che la grazia di benedire le proprie cicatrici è semplicemente un talento che va fecondato ad ogni passo. Intimo.


El.



























 

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