lunedì 30 giugno 2014

Synecdoche, New York





 “Ma tu reciti mentre preghi?”



(Carmelo Bene)




Al suo esordio alla regia, Charlie Kaufman (prodigioso sceneggiatore di film quali Se mi lasci ti cancello, Il ladro di Orchidee, Essere John Malkovich) ci regala un capolavoro. E il capolavoro l'ha titolato con il nome di una figura retorica, Synecdoche, tra le più intricate e coinvolgenti. Essa consiste nella sostituzione di un termine con un altro che ha con il primo una relazione di vicinanza. Si ha dunque una sineddoche quando, ad esempio, si indica la parte per il tutto, ma anche il tutto per la parte. Il singolare per il plurale, ma anche il plurale per il singolare. Un bel groviglio, alla fine, quasi di parole vacue... come la lingua biforcuta di uno che non sa dire e ripetere, senza incespicare, tre-tigri-contro-tre-tigri. E figlio della sineddoche è il protagonista del film, Caden Cotard (interpretato da un indimenticabile Philip Seymour Hoffman); così come ogni singola presenza che entra ed esce dalla sua mente-vita in una sospensione inafferrabile, eppure così fisica da risultare spiazzante per quanto somigli allo specchio che ogni mattino riflette la nostra immagine. È un racconto sul tempo dentro al tempo – dilatato e rarefatto e ripiegato su se stesso - , sulla quarta parete che intercaliamo fra noi e il sogno, fra noi e la memoria, fra noi e il desiderio. I rimpianti. I rimorsi. Quello che abbiamo lasciato e quello che abbiamo tenuto. Ciò che avremmo potuto tenere e che invece abbiamo lasciato andare. È un racconto che narra di poesia, di sincerità, di solitudine, di morte, di confusione, di devozione ostinata alla vita. Dove la vita è compenetrata all'arte e non può essere altrimenti. È un racconto duro, dolce al contempo, tormentato, commuovente, spiazzante, ingarbugliato. E il tempo, forse, a ben vedere, è il solo personaggio che alla fine sopravvive. Ma è un tempo alieno al tempo che conosciamo perché vita, teatro, cinema si compenetrano sino a diventare un unico concerto meta-esistenziale, meta-teatrale, meta-cinematografico.
È un tempo da scoprire. Se non proprio da ri-scoprire.






Cosa rimane a un regista teatrale che ha trascorso il suo cammino a inscenare pièces di altri se non l'inevitabile coraggio di zoppicare verso la creazione di un'opera teatrale imponente che moltiplica e articola gli angoli della sua vita? Quasi a volerli assimilare, metabolizzare al fine di digerirli? Ma il tempo è circolare, lo si sa, e quindi non c'è fine e quando sembra che la fine sia incombente un nuovo io (come se fosse uscito da una drammaturgia pirandelliana) prende le redini e prosegue il racconto, senza tregua, senza possibilità alcuna di riparare agli errori dell'io precedente. Un tempo despota che concede altri attimi quasi per gioco e che sembra proprio non voglia cedere alla sua essenza di galantuomo. Del resto, non c'è altro testimone plausibile del sé, delle ore, degli impulsi, delle colazioni, del fumare, del fare l'amore, delle blandizie se non l'esatta comprensione che a svilirsi è ogni conve(niente) partecipazione all'ascolto. Come se, a farla da padrone, fosse la tendenza a caricare di significanti gli elementi che accerchiano silenti la realtà; come se ci ritrovassero di continuo davanti a quel gioco dove bisogna congiungere dei puntini per riuscire ad avere una data forma. Ecco. Questo film è pieno di puntini da congiungere, solo che poi uno alla fine trova la forma che gli è più propria. L'onestà verso ogni personaggio che Cotard vuole mettere in scena è tutta qui. L'intima essenza d'ogni io da lasciar parlare è pari alla dignità che maturiamo verso ciò che abbiamo vissuto e verso ciò a cui andiamo incontro. E benché la quarta parete che ci portiamo appresso risulti alcune volte un fardello troppo greve da trasportare vale la pena di vederla con lo scopo di demolirla, per salire su un qualsivoglia palco. Con o senza luci della ribalta ha veramente poca importanza, se il palco sul quale sosteremo sarà quello scelto effettivamente da noi. Perché da lì non solo assisteremo.

El.







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