mercoledì 9 luglio 2014

Carol Rama o delle vene irritate


Quasi centenaria. L'inconfondibile treccia posticcia a lambire una fronte alta, spaziosa, simbolo della curiosità infaticabile di una donna che non ha mai assecondato il “gusto corrente”, ma che anzi – parafrasando i cubofuturisti russi– ha dato ad esso sempre un bello schiaffo. Di quelli a mano aperta, per prendere bene tutta la guancia. 





Si dice di lei che sia scandalosa, provocatoria, oscena, indecente. Si dice di lei che sia severa, rigorosa, imperscrutabile. Da artista, io vedo solo nobiltà. Una fede al proprio intimo rara, quasi sacra. Il suo lavoro è corpo ed è caratterizzato da un corpus polifonico, ma al contempo aderente – appunto, fedele – a una religione interiore che affonda nel primordiale, nel selvaggio, nell'arcaico quando sacro e profano erano ancora un tutt'uno e niente ancora aveva intaccato il nostro essere divino con le logiche troppo terrene. Quando il corpo era corpo, quando la nudità era ovvia e non figlia della schizofrenia di questi tempi. Quando il sesso rivendicava il diritto al piacere e non una bulimica alienazione da se stessi. Quando pelle, carne, sangue, carne-al-sangue erano il solo segreto collettivo, una specie di spiritualità apocrifa il cui orgasmo rimbombava all'unisono con i cicli di morte e rinascita. Quando madama bellezza aveva il suo trono perché ancora sorella del suo necessario opposto: la bruttezza. Quando si poteva discettare di grazia perché si conosceva la dis-grazia. Bellezza i cui corpi non risultavano omologazione a uno status - privo della poesia del dissonante, ma vergine follia asessuata in grado di s-coprire l'origine prima d'ogni realtà e d'ogni senso. 



 
La bellezza è vicina all'intelligenza”, ha detto non molto tempo fa l'artista torinese. In barba a quel filosofo (del quale non ho mai voluto memorizzare il nome) che più o meno disse “sei bella, vorrai mica essere anche intelligente”. Come se bellezza fosse già di per sé pazzia. Come se il fardello dell'intelligenza rendesse l'umano – e più specificatamente la donna – paradossalmente più guasta, più outsider. E non, invece, un modo, un altro modo, per gettare lo sguardo nella possibile incarnazione di se stessi attraverso vene, vagina, arterie... su, fino al cuore. 




 
L'arte di Carol Rama esige tutto questo. Rivendica la memoria della carne. La creazione difensiva di immagini semplici, immediate. Come in un gioco. Rivendica il tratto collerico, netto, imperfetto. Ecco. L'arte di Carol Rama rivendica l'imperfezione. 


 

El.

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