giovedì 3 luglio 2014

Gridando_Beat Generation



“La Beat Generation è un gruppo di bambini all'angolo della strada che parla della fine del mondo.”



(Jack Kerouac)


 
Jack Kerouac On The Road




Jack Kerouac, Allen Ginsberg, William Burroughs, Gregory Corso, Neal Cassady, Lawrence Ferlinghetti, Norman Mailer, Gary Snyder sono i principali autori di riferimento della Beat Generation, movimento artistico, poetico, letterario sorto dai primi anni '50 negli Stati Uniti. Movimento di rifiuto di norme imposte, materialismo, e caratterizzato da innovazioni di stile, sperimentazione di droghe, sessualità alternativa, religioni e filosofie orientali. A Jack Kerouac (autore del celebre On The Road: vessillo di tutto il movimento e fonte di ispirazione per numerosi artisti e scrittori, al pari del dibattuto Howl di Allen Ginsberg, inizialmente messo al bando perché considerato troppo saturo di oscenità e versi espliciti) va il merito di aver iniettato l'espressione Beat Generation, nel 1948, per delineare quella corrente giovanile anticonformista che germogliava impaziente nell’underground newyorkese. Dell'aggettivo beat, che nel gergo colloquiale indica uno stato fra l'essere stanchi o abbattuti, in riferimento alla comunità afroamaricana del periodo, se ne impossessò, dunque, Kerouac che alterò quell'immagine includendo, sul crinale fra significato e significante, le connotazioni di ottimista, beato, e l'associazione musicale essere sul beat. Beat è ribellione. Beat è battito. Beat è ritmo. Ritmo modulato sulla musica Jazz, sul Be Bop e riversato nella cadenza di versi apparentemente slegati, strepitanti di viaggi fisici e mentali, declamati - quanto in un concerto - sino a tarda notte nei locali del Grenwich Village dove è uso tenere reading ed esibizioni ogni (santa) sera.





“[...] Sfondamenti! al di là del fiume! salti e crocifissioni!

giù nella piena! Drogati! Epifanie! Disperazioni! Dieci anni di urli da bestie e suicidi! Menti! Nuovi amori! Generazione pazza! Giù sulle rocce del Tempo!

Vere risate sante nel fiume! Han visto tutto quanto!

gli occhi stravolti! le sante grida! Han detto addio!

Si sono buttati dal tetto! verso la solitudine! Salutando! Portando fiori! Giù nel fiume!

nella strada!”



(Allen Ginsberg, Howl)


Allen Ginsberg

Allen Ginsberg, Howl

 
Allen Ginsberg
Beat è un accordo reso da accordi stonati, è scoperta di sé stessi, della vita sulla strada, del sesso liberato dai pregiudizi, della coscienza collettiva..sporcizia ri-pulita, senza un'autentica direzione semantica, quasi un'onomatopea (non dissimile da quella che fornì la suggestione Dada) che sfora nel misticismo di un'anima ritmata, battuta, disubbidiente, ma in grazia. Come si evince dal film Pull My Daisy, datato 1959, firmato da Robert Frank e Alfred Leslie, considerato il manifesto del cinema beat; nel quale la voce fuori campo è di Kerouac e in veste di attori compaiono Allen Ginsberg, Gregory Corso e Peter Orlovsky. Una breve narrazione (di appena 28 minuti) che è una distratta e allucinata discussione tra amici la cui partita è in mano allo sfuggente cortocircuito tra messinscena e ripetuti appelli al realismo documentario, entrambi regolati della necessità di una nuova visione (espressione ricavata da Arthur Rimbaud il quale, insieme a Neal Cassady, Charles Bukowski, Walt Whitman, Ernest Hemingway, è stella polare del gruppo):

 
[…] E la poesia è ancora la biancheria dell'anima
E la biancheria ancora copre una moltitudine di fratture
in senso geologico -
strane rocce sedimentarie, inscrutabili precipizi! [...]”

(Lawrence Ferlinghetti, Overpopulation)



William Burroughs fotografato da Robert-Mapplethorpe

Carl Solomon (poeta dadaista al quale Ginsberg dedica Howl), Patti Smith, Allen Ginsberg e William Burroughs

Il movimento è composto da poeti (nell'accezione più ampia e alta del termine) ed anche per questo è erede d'ogni possibile utopia. Ed anche per questo il fantasma del senso di sconfitta che aleggia nel termine Beat rimane sempre presente. Come ha scritto Fernanda Pivano, nell'introduzione dell'edizione italiana della raccolta di versi di Allen Ginsberg JukeBox all'idrogeno:





la sconfitta è quella dell'uomo moderno di fronte alla falsa comunicazione, all'avidità di denaro, alla sete di potere, all'amore della violenza





I beat vogliono correre, muoversi, far l'autostop annullando i limiti spazio-temporali, sedare la sofferenza e riunire l'io al Tutto. E di questo parlano le loro opere. Ma ben presto il cronista mondano Herb Caen ne decreta la ridicolaggine e in qualche modo l'inizio della fine. Su una rubrica del San Francisco Chronicle i Beats vengono definiti Beatniks: un termine denigratorio nato dall'unione di parole con il satellite sovietico Sputnik, atto a sottolineare sia la distanza dei beat dalla società statunitense corrente, sia il fatto che erano vicini alle idee comuniste, in un'epoca in cui gli Stati Uniti vivevano immersi nella paura rossa durante il periodo maccartista della guerra fredda. Gli artisti Beat continuarono a lavorare, ma nascosti, quasi sottovoce. Echi arrivano in Italia (anche grazie al fatto che Ginsberg e Kerouac e Ferlinghetti vi accorrono per presenziare a vari Festival o solo per trovare nuova linfa e che Fernanda Pivano ne traduce le opere in italiano, contribuendo alla loro conoscenza e diffusione). Inoltre, a metà anni sessanta, il circolo anarchico Sacco e Vanzetti di Milano, per esempio, diviene per un certo periodo un punto di appoggio per chi gravita intorno al movimento beat. "Mondo Beat" diviene la prima rivista underground italiana, ma dopo soli sette numeri cesserà le pubblicazioni– l'ultimo è del luglio 1967, curato da Gianni De Martino per Feltrinelli – perché ritenuta colpevole del clima pandemico e sovversivo ruotante attorno il polo creatosi alla periferia di Milano (in via Ripamonti) occupato da una libera comunità soprannominata dai suoi stessi abitanti Il Campeggio.

 
"Una notte cinquanta uomini s'allontanarono da Dio a nuoto
E annegarono.
La mattina il Dio abbandonato
Tuffò un dito nel mare,
Riemerse con cinquanta anime, E puntò verso l'eternità."

(Gregory Corso, The Wreck of the Nordling)





 
Non so se il movimento sia ferito o illeso. Di per certo so che ogni volta che leggo HOWL in qualche modo dentro di me vibra qualcosa di indecifrabile, ma assolutamente a tempo. Assolutamente in danza. Il consiglio è dunque quello di leggerli. O di ri-leggerli. E poi di uscire e camminare su quelle note.

El.

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