sabato 12 luglio 2014

"Io e la mia signorina stiamo bene insieme"



Mi sono beccata una dermatite. Nel suo nome ha la dicitura “rosea” e già questo – seduta stante – mi ha fatto nascere almeno altre tre macchioline. Se ci fosse stato del nero di mezzo l'avrei presa diversamente. L'ho chiamata “signorina” perché, come nella canzone di Neffa, lei “brucia sempre” e perché è un termine un po' antiquato che almeno – per amor di scenario – me la rende piacente. Oltre a bruciare prude, di tanto in tanto. E così devo costringermi a pensare ad altro per non soccombere al godimento di una sana grattata ad libitum. Non è infettiva e così non posso nemmeno contare sulla consolazione di essere un'untrice. L'origine è ignota. Non esiste cura. Nel senso che passa da sola, con il tempo. Fornisce all'organismo altri sintomi para-simpatici tipo mal di stomaco micidiale, febbriciattola ignorante, senso di aver ossa rotte come se il Frecciarossa Salerno-Torino ti fosse passato sopra almeno cinque volte. Stanchezza, apatia, nervosismo (del resto, mi domando come possa uno rimanere serafico come i cherubini di Raffaello se ti prude tutto il corpo). Più in generale, come è stato scritto in quel documento di dermatologia anglosassone che si trova, già tradotto, in rete, “dà un senso di malessere che chiameremo malessere” (Google Translate ti adoro... riesci ad essere più dadaista di quando mi inventavo i nomi dei composti chimici alle superiori). Non si è ancora capito se il sole migliori o peggiori la situazione, ma tanto il problema non si pone perché a Torino quest'anno, il sole, lui dico, il sole, non è pervenuto.


La "Signorina"

Il tutto si dirama da una cellula che è detta madre, e questo è stato un primo motivo di profonda riflessione. Sapere di avere una madre sul braccio non è stato per niente carino. Il secondo motivo di riflessione è stato dato dal fatto che dovrebbe risolversi nel giro di 6-8 mesi. Quasi un giro di calendario. E questo mi ha fatto venire in mente che il mio corpo sta provando a dirmi qualcosa. Lui è sempre un gran chiacchierone, parla con la lingua che gli è propria; alcune volte, però, noi, non siamo in perfetto contatto con lui, non lo ascoltiamo, non riusciamo ad ascoltarlo o decidiamo di non ascoltarlo. Io, oramai, con il mio corpo sono in perfetta sincronia. So quando c'è qualcosa che è andato un po' storto. Se a questo si aggiunge che per me psiche e soma passeggiano sempre insieme allegramente come Mary Poppins con Bert lo spazzacamino, si capisce che quando lui mi parla io ascolto. O per lo meno origlio. 


Ultimamente, infatti, la me impatiens ha preso il sopravvento su quell'altra me dedita all'aforisma taoista “vado piano perché ho fretta”. Una specie di nevrosi, di corsa-contro-il-tempo (manco fossi il Bianconiglio) mi ha insinuato l'antipatico tarlo che non stavo “producendo” niente. E più mi sentivo inattiva, più mi sembrava di sentire il ticchettio delle ore e dei giorni che passavano, sbadigliando, senza che io creassi niente di nuovo. Col cervello ho fatto e disfatto mille progetti. Col cervello ho scattato almeno 250 fotografie, montato 8 video, scritto 29 poesie. Ma di fatto, materialmente, non ho origi-nato granché. E così mi sono convinta che il mio corpo mi ha regalato questa dermatite per ricordarmi che devo (sì, proprio devo) assecondare il tempo. Mi ha ricordato che esiste il tempo. E che per tutto ci va tempo. Il mio oroscopo, che leggo sempre e solo per il gusto di contraddirlo, ha rincarato la dose dicendomi che Giove e Saturno vogliono da me riflessività, lentezza, prudenza, meditazione. Che non devo esigere nulla subito. E che in questi mesi estivi imparerò, appunto, quanto ogni cosa abbia il Suo tempo. 




La novità, di questa estate saturnina, è che mi sto facendo delle lunghissime dormite esorcizzanti e rigeneranti senza sensi di colpa. Che ogni tanto esaspero l'irritazione che sento-a-pelle, sprofondando in un dormiveglia lamentoso da vecchia zia agucchiante, perché so che riceverò coccole. Che sono sicura che presto rimpiazzerò la mia dermatite con una pelle nuova. Mi sono pacificata nel momento in cui ho realizzato che in realtà sto lavorando moltissimo. Sono dentro una nuova metamorfosi. E il tempo che sto dedicando ad essa è quanto di più prezioso il mio corpo potesse offrirmi.





El.

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